5 Cose che la Finanza Dovrebbe Imparare dal Poker

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Nonostante possa sembrare il contrario, un buon pokerista è pane per le multinazionali del trading. Per cinque, semplicissimi, motivi...

Prendendo spunto da un interessante articolo comparso sulle colonne di U.S. News & World Report a firma di Robert Russell, questo pomeriggio proviamo ad allontanarci per un momento dal poker giocato per cercare di mettere un po’di chiarezza in una discussione teorica cominciata da Bloomberg nel 2009 ed oggi ancora irrisolta - quella a proposito di quelle abilità che accomunanerebbero il mondo del poker con quello della finanza e degli investimenti.

Tre anni fa lo diceva anche Harvard

Harvard

Impegnato nel sostenere una non troppo popolare tesi secondo cui un buon giocatore di poker avrebbe quanto necessario per diventare un buon trader e muoversi con successo nel mondo delle consulenze finanziarie, il professore di finanza internazionale dell’Università di Harvard Brandon Adams utilizzava la possibilità di comparire sulle colonne di Bloomberg per spiegare al mondo della finanza perché, anche un gioco come il poker, potesse portare al suo interno una serie di importanti specificità da prendere maledettamente sul serio.

“I giocatori di poker in attivo sono sostanzialmente i sopravvissuti di un sistema estremamente complesso all’interno del quale il 95% degli attori finisce in perdita.

“Chiunque sia abbastanza intelligente e disciplinato da sopravvivere in un sistema simile, è probabilmente destinato a fare molto bene anche nel mondo del trading” dichiarava Adams nel corso di un’intervista telefonica che però non entrava mai davvero nel dettaglio di quelle qualità utili per permettere ai player di sopravvivere ergo eccellere tanto nel poker quanto nel trading.

“Quello che i giocatori sanno fare molto bene è prendere delle informazioni che sono relativamente soggettive, analizzarle in maniera molto attenta e riuscire a teorizzarle facendole diventare quasi oggettive. Il che, poi, è anche l’essenza stessa del mondo del trading” gli aveva successivamente fatto eco Pat McCauley, responsabile dei programmi di training e formazione dei trader del Susquehanna International Group of Companies (SIG) – una delle più importanti istituzioni finanziarie private del globo.

Dunque, se è lecito prendere le premesse appena citate come (almeno potenzialmente) corrette, e se è altrettanto vero che Simon Satanovsky (ex pro di poker ed oggi responsabile delle assunzioni per l’Option Group) ha spiegato come “un tempo (nel corso dei colloqui, ndr)chiedevamo ai candidati informazioni sui loro voti e sui risultati alle Olimpiadi di fisica e matematica, oggi chiediamo dei loro risultati nel poker” – la domanda che sembra lecito porsi è quali siano le abilità che fanno di un buon poker player un trader di successo?

#1.Il calcolo degli odds

Matematica

Se esiste un punto che accomuna poker e trading più di tutti gli altri è senza dubbio questo – perché nessuno più di un buon giocatore di poker ed un trader di successo conosce l’importanza di riuscire a padroneggiare il calcolo degli odds e, dunque, attribuire alle carte oppure ai numeri che ci si trova davanti il loro reale valore.

Una delle basi fondamentali del poker, infatti, è proprio quella di giocare soltanto quando le carte lo permettano – il che, tradotto in termini pratici, significa giocare solo quando esista un margine in grado di offrire ai giocatori, matematica alla mano, un concreto vantaggio rispetto a quello che gli altri player potrebbero avere.

Il che, capite bene, è esattamente anche l’essenza del trading, visto che l’unico modo per sopravvivere nel mondo della finanza è quello di ridurre i rischi, evitare gli investimenti casuali e dedicarsi alla costante ricerca di quegli investimenti resi una “scommessa sicura” dal proprio margine.

#2. La capacità di foldare quando necessario

Chi ha un po’di confidenza con la nostra sezione di strategia del poker, sa che questo è uno degli argomenti ricorrenti nella maggior parte degli articoli dedicati ai principianti del gioco – perché quello di giocare troppe mani è davvero l’errore che più di tutti uccide sul campo il bankroll di chi non ha ancora l’esperienza necessaria per sopravvivere al tavolo.

I giocatori che sanno come stare al tavolo, infatti, non hanno paura di uscire dalle mani di gioco quando queste si dimostrino essere svantaggiose come non hanno terrore di subire una sconfitta: chi sa come ottenere il massimo dal calcolo delle probabilità, sa bene come la puntata giusta nella mano giusta possa aiutare a restare in positivo anche dopo 10 mani foldate postflop.

Allo stesso modo, per i trader, quello della creazione di un’exit strategy ogni volta che si prova un nuovo investimento è un passaggio obbligato che aiuta a procedere verso a) una limitazione delle perdite e quindi b) una massimizzazione dei ricavi. Esattamente come nel poker.

#3. Il non puntare più del possibile

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Nonostante in questo punto conosca più di un giocatore pronto a darmi torto, io credo che questa sia la chiave di lettura migliore per evidenziare la differenza più importante tra i cash game ed i tornei. O, se preferite, per capire come mai i miei risultati personali nei tornei siano puntualmente accompagnati da miserabili fallimenti nei tavoli cash.

Chi gioca a poker per divertirsi e vincere, infatti, lo può fare solo a condizione di restare al tavolo senza dover patire la terribile tensione di non potersi permettere di perdere una mano. Senza dover accompagnare ciascuna delle proprie puntate dalla paura di perdere per attaccamento al denaro, necessità oppure anche solo per una singola puntata andata oltre i limiti del consentito dal bankroll o dalle carte.

Allo stesso modo, investire con la paura di perdere, non ha davvero alcun senso. Ed è proprio per questo che il trader di successo investe solo quanto potrebbe permettersi di perdere senza dover far seguire una tragedia (anche solo psicologica, eh!) al proprio risultato negativo.

#4. Il controllo delle proprie emozioni

Se da una parte l’importanza di saper mascherare le proprie emozioni è abbastanza ovvia quando si tratta di discutere della propria immagine al tavolo e della necessità di non offrire agli avversari alcun tell in grado di mettervi in una posizione di svantaggio, quello delle emozioni nel poker è un aspetto che può essere affrontato anche da un punto di vista molto differente e molto più pertinente al mondo del trading.

Riuscire a giocare sempre le proprie mani per quello che sono ed allo stesso tempo non abbassare mai la guardia del calcolo degli odds sono punti fondamentali per vincere a poker. E, per questo, lasciare che l’entusiasmo di un momento o di una pur lunga serie positiva abbia la meglio sugli aspetti più razionali del gioco è il primo passo verso la più rovinosa delle sconfitte.

Esattamente come il trading, il poker ha bisogno di essere sempre razionalizzato al massimo, ridotto a numeri e statistiche, non a sensazioni. Perché, in fondo, nessuno darebbe i propri soldi ad un trader che investe “a sentimento” – no?

#5. Il senso di responsabilità

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Chi cerca di fare sul serio nel poker sa bene come la capacità di darsi degli obiettivi precisi e di sviluppare un’adeguata strategia di gioco siano i due  pilastri fondamentali che sostengono la raggiunta di un qualsiasi risultato importante.

Più che nelle carte, nella fortuna o negli avversari, i poker player sanno infatti come tutte le responsabilità relative alla raggiunta delle proprie aspirazioni siano innegabilmente collegate al proprio rendimento ed al proprio modo di giocare. Perché, come mostrato in maniera molto chiara da uno studio sulle WSOP realizzato da Steven D.Levitt e Thomas J. Miles (i due professori  dell’università di Chicago diventati celebri grazie al loro “Freakonomics”), nel lungo periodo il poker è esclusivamente un gioco di abilità che premia sempre i più bravi.

Come già sottolineato per gli altri punti, la capacità di creare una propria strategia e di saper prescindere da un gran numero di esternalità è senza dubbio ancora una qualità che un trader di successo non può non avere.

Perché, specialmente in questi mesi, lasciare che gli investimenti vengano condizionati dai mercati e dalle (scellerate?) politiche di alcuni governi ben poco illuminati, rischia davvero di essere la migliore scorciatoia verso il fallimento.

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