WSOP 2007 - Sensazioni da Las Vegas

Cosa prova un giocatore italiano che decida di avventurarsi per vivere il sogno delle WSOP? Marco Trevix, appena tornato da Las Vegas, ci descrive con parole suggestive la sua esperienza.

Eccomi per la quarta volta all'evento più importante nel mondo pokeristico. Mi ha fatto molto piacere vedere come l'esplosione dell'hold'em in Italia abbia dato il via ad un'affluenza massiccia di giocatori italiani nella Las Vegas valley. Ho letto molti blog interessanti da parte dei tanti che hanno presenziato a queste Series. Appartamenti, hotel, poker room, tornei, cash game, supermercati, taxi, shopping, spettacoli: oramai siamo in tanti a poter stilare una guida dettagliata della città che ci fa sognare. Altro che Lonely Planet!

Dei tornei si è detto praticamente tutto. Delle poker room si sa tutto. Dei giocatori pure. Oramai perfino il sottoscritto è riconosciuto dai locals che giocano a stud e ai mix games come frequentatore abituale e pokerista incallito. E infatti il bello è proprio questo: le WSOP rappresentano il modo più eclatante per far convergere le personalità più eterogenee del mondo del poker. C'è l'ultranovantenne con la classica poker face, c'è la giocatrice con i pantaloncini più corti nella storia della moda, c'è il finto pistolero con stivaloni adatti a ben altri terreni, c'è il californiano con un improbabilissimo copricapo, tutti più o meno accomunati dalla passione per il poker. Passeggio per i lunghissimi corridoi del Rio e noto le variopinte divise sponsorizzate dei giocatori. Qualcuno mi chiede cos'è il logo che porto addosso (gli americani hanno una certa ammirazione per tutto quello che ricorda l'Italia); incrocio la celebrità di turno, vorrei fermarmi e chiedergli mille cose ma poi tiro diritto perché l'attenzione si focalizza su Negreanu attorniato da due vecchiarde che vogliono essere immortalate con lui. Punto con lo sguardo sull'indifferente le hostess svestite che sponsorizzano chissà cosa: dopotutto poco importa ai giocatori, attratti da ben altri interessi. Infine, l'entrata nel "tempio" sacro: la sala Amazon che appare più grande che mai, e finalmente rientro in me stesso.

Da giocatore non voglio perdere nemmeno un dettaglio di quell'atmosfera chiassosa e tanto amata. Fondamentalmente la maggior parte di chi va lì non lo fa con la speranza concreta di vincere un torneo ma per far parte di quel mondo che gira attorno a 52 carte. Il primo impatto, anche per chi c'è stato più volte, è quello di disorientamento. Che fare? Iscriversi al torneo il giorno prima per evitare le lunghissime code di registrazione nei minuti immediatamente precedenti l'inizio dello stesso? Cercare facce note in modo da scambiare qualche battuta o sapere di qualche novità? Provare un satellite per ridurre l'esborso del buy-in? Sbirciare i fortunati e invidiati giocatori del tavolo finale attorniati da una penombra inquietante? E questi tavoli sono quelli del torneo in corso, dei satelliti o dei cash game? Quante domande. Continuando a passeggiare nella calca che si concentra fra i tavoli, cerco di vedere qualche novità rispetto all'anno precedente. Cambiata la disposizione della registrazione per i satelliti, ora dalla parte opposta, la direzione ha aggiunto una seconda cassa sul lato ovest, ha migliorato l'illuminazione dei tavoli e soprattutto ha decorato le pareti anonime con le foto-poster dei miti del poker. Voglio vedere se c'è anche Jamie Gold, il vincitore del Main Event del 2006: ad aprile la sua foto era l'unica che mancava nella Hall of Fame del Binions (ex Binion's Horseshoe) e confesso che la cosa non mi dispiaceva. E invece ecco la sua faccia sorridente comparire sul lato est...

Nei cash game, il no-limit la fa da padrone. In molti tavoli le bankroll sono di tutto rispetto; sarà che gli americani amano i gettoni di taglio piccolo e così le numerose pile di gettoni rossi da $5 sembrano significare molte migliaia di dollari. La stessa cosa avviene ad un tavolo $300-$600 di un mix game, dove per fare un reraise vedo prelevare 2 chili di gettoni neri (18) posti accuratamente in 3 file. Probabilmente questo dà un senso di maggior peso del denaro: da noi si butterebbero 2 gettoni gialli da $1000 aspettando il resto di due da $100. Al tavolo più grande dell'Omaha pot invece le cose vanno ancora più per le lunghe. Qui si buttano freneticamente banconote da $100: ogni piatto è raised o reraised preflop e il dealer ha una certa difficoltà a porgere il piatto al vincitore. Un tavolo di un torneo WSOP no-limit dal buy-in basso (credo $1000 o $1500) vede due super personaggi allo stesso tavolo e la folla si accalca per vedere il campionissimo bracelet-leader Phil Hellmuth e il grandissimo stratega Daniel Negreanu. Entrambi hanno stack miseri ma la gente spinge lo stesso per vedere qualche mano. Gli altri giocatori al tavolo sorridono compiaciuti e il chip leader sembra essere molto fiero di far parte della compagnia: come dargli torto?

Bene, questo giro mi ha aiutato ad inquadrare l'obiettivo, ora non mi resta che ritornare domani con il convincimento che devo fare bene nei tornei che ho scelto di giocare. Mi dirigo verso l'uscita e aperta la porta la solita ventata di caldo allucinante m'investe. Ma stavolta la sensazione è piacevole. Sono tornato nella mia vera patria.

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