La Repubblica all'Attacco del Poker

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Un articolo del quotidiano ci rimanda indietro di dieci anni descrivendo il poker con i peggiori stereotipi di sempre. Un grande esempio di giornalismo (sbagliato).

Quasi come se l'abile idiozia delle Iene e del TG1 non fosse stata già abbastanza, La Repubblica mette oggi in bella vista un articolo strappalacrime scritto da chi - nella migliore delle ipotesi - confonde il giornalismo con i temi delle medie e la tendenza alla lacrima con il successo di una storia.

La storia

Il cronista Sandro de Riccardis - sul quale mi permetto di abbozzare un piccolo ritratto al termine di questo articolo - pubblica oggi una storia di quelle che non ammettono repliche; di quelle talmente perfette che la professoressa di lingua e letteratura italiana non esiterebbe a leggere a voce alta agli altri studenti come esempio da seguire.

Pathos, drammaticità, ritmo. La storia di de Riccardis ha tutto - perfino degli adolescenti in pericolo. A leggerla in altri termini ed ad appiccicargli un lieto fine, potrebbe essere un libro di Dickens oppure un film di De Sica (padre).

Partendo da quattro adolescenti tra i sedici ed i vent'anni, il suggestivo cronista si lancia infatti in un dipinto a tinte fosche del gioco del poker responsabile (quoto) di spingere i giovannissimi a giocarsi i "venti euro sfilati dal portafogli della mamma, le banconote stropicciate rubate in giro nel quartiere" in "bische casalinghe" organizzate quando "i genitori sono al lavoro".

E non è tutto. "Per giocare si diventa ladri e spacciatori. Si comincia coi piccoli furti dal portafogli di genitori e nonni, si passa attraverso qualche scippo in strada, si finisce con la droga venduta agli amici" - inutile dire che i primi clienti sono proprio quelli "degli appuntamenti intorno al tavolo verde".

Il commento

Se le righe che ho quotato e se questa descrizione allucinante ed allucinata del poker non fossero comparse sulle pagine di Repubblica, la soluzione più facile sarebbe stata quella di invitare il caro de Ferraris a prendere un caffè e fargli confidare - in tutta segretezza - di aver scritto il suo articolo direttamente dalla sua comoda scrivania senza aver mai neppure provato a vedere una partita di poker.

Perchè, sinceramente, con tutto quello che ci accade intorno in questo periodo, scoprire di una persona che cerca di riempire i buchi di un'edizione sviscerando tutti i peggiori luoghi comuni sul gioco del pokerin un articolo completamente inutile fa quasi tenerezza.

Associare il poker a furti, scippi e droga - perdonatemi il tono, ma non riesco a farne a meno - è infatti talmente superficiale e stupido da lasciare a bocca aperta e far venire alla mente interrogativi ai quali il caro cronista de Ferraris difficilmente potrebbe rispondere con onestà.

Se il caro autore provasse a spendere sui suoi pezzi qualcosa più di una buona mezz'ora, ad esempio, si potrebbe accorgere che alla parola "poker" potrebbe sostituirne un'altra qualsiasi senza far cambiare il senso del suo articolo.

Se al posto del gioco di carte il soggetto fossero stati i giochi della Playstation - così per dire - pensate le cose sarebbero state realmente differenti?

Giovani adolescenti che rubano (non 20) 50 euro dalla borsa di Mammà per una copia di Call of Duty e che giocano saltando la scuola mentre i genitori si spaccano la schiena al lavoro. Vite spezzate e spinte sull'orlo del baratro da un'irrefrenabile sete di possedere tutti gli ultimi giochi in circolazione. Con scippi e droga in sottofondo.

E se si fosse parlato di telefoni cellulari o di tablet pc?

Allora si sarebbe scritto - e nessuno ci assicura che questo non sia già nei piani del caro de Ferraris - di vite rovinate da gadget tecnologici sempre più cari, sempre più inutili e sempre più irresistibili. E via così all'infinito.

Una prima critica

Se da una parte è innegabile che il gioco del poker - come qualsiasi altra cosa che coinvolga il denaro - vada considerato con grande serietà, opinioni così ingenue come quelle espresse su Repubblica non possono che non esser prese con un piccolo sorriso di fastidio.

Perchè accusare il poker di esser poker e pertanto di esser pericoloso per il solo fatto di esistere, significa dimostrare al mondo un'assoluta incapacità di ragionamento ed una pigrizia intellettuale da far paura.

Siamo sicuri che sia il poker a spingere i giovani a rubare oppure entrare nel mondo della droga? O, forse, si tratta di un problema più vasto - più legato all'educazione di adolescenti dei quali nessuno si vuole occupare e, per questo, esposti ad un grandissimo numero di pericoli?

Crediamo davvero che la colpa sia del texas holdem e non di famiglie che non esistono, di scappellotti non dati e di scuole che sembrano sempre più centri sociali e sempre meno istituti di formazione?

Insomma, crediamo davvero all'equazione poker=pericolo=furti=droga?

Una seconda critica

Qualcuno mi spiega, poi, perchè se da una parte Repubblica attacca il gioco del poker come fosse un cancro da estirpare e combattere, sempre lo stesso giornale dedica allo stesso gioco un'intera sezione con tanto di interviste, news, commenti e consigli di strategia del poker?

Perchè, a questo punto, bisogna trovare l'ipocrita del momento: se sia il giovane cronista che ama gli articoli sensazionali oppure La Repubblica che si dimostra capace di dire tutto ed il suo contrario mostrando una faccia di bronzo tale da mettere in imbarazzo i suoi lettori.

Io, una mia idea, la ho gia.

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Giacomo Tavera 2010-12-09 22:59:04

Decisamente una stupidaggine, possibile che in redazione non vaglino certi articoli prima di pubblicarli? Dopo, a parte la pagina dedicata al poker (quella buona) La Repubblica pubblicizza anche dei siti di poker, o no?
forse mi sbaglio?
Sono d'accordo con Voi nel constatare che l'autore dell'articolo non ha assolutamente una pallida idea del poker......mandatelo a bontà sua..........