Poker e Letteratura: anche a Mark Twain piaceva il tavolo verde

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Il mondo del poker e del gioco d’azzardo più in generale hanno offerto numerosi spunti ai romanzieri, soprattutto in epoca moderna e contemporanea.

D’altra parte, diversi scrittori hanno vissuto in prima persona queste esperienze sedendosi loro stessi al tavolo verde.

Il giocatore russo

Spinto dalla necessità pagare i debiti di gioco, Fëdor Dostoevskij (1821-1881) scrisse “Il giocatore”, pubblicato nel 1866. Il personaggio che dà il titolo al romanzo è Aleksey Ivanovich, precettore presso una famiglia in Germania. L’uomo è innamorato di Polina, figliastra del generale presso cui Aleksey presta servizio, e si trova a giocare e a vincere denaro per la donna che ama: la famiglia di Polina versa in difficoltà economiche, che potrebbero essere appianate dalla morte della nonna Antonida Vasil'evna.

La nonnina non muore mai

Tutti dalla Russia attendono il decesso dell’anziana donna, che però non avviene mai. Anzi, sarà la stessa Vasil'evna a giungere inaspettatamente in Germania, dove si appassionerà alla roulette perdendo gran parte del suo patrimonio, con buona pace dei suoi famigliari.

Lo scrittore psicanalizzato

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Fedor Dostoevskij
 

L’autore de “Il giocatore” conosceva bene il tavolo verde: il tormentato rapporto di Dostoevsij con il gioco d’azzardo sarà anche oggetto del saggio di Sigmund Freud “Dostoevskij e il parricidio”.

Secondo Freud alle origini della ludopatìa e degli attacchi epilettici che hanno afflitto Dostoevsij, così come della sua presunta bisessualità, vi sarebbero conflitti insoluti tra lo scrittore e suo padre: il genitore morì assassinato quando Dostoevskij aveva 18 anni.

Nel suo saggio il padre della psicanalisi prende in esame la novella di Stefan Zweig “Ventiquattro ore nella vita di una donna, pubblicata nel 1927. La trama anche questa volta è incentrata su gioco d’azzardo e nevrosi: Mrs. C., un’anziana gentildonna inglese, racconta al narratore l’avventura avuta con un giovane aspirante suicida conosciuto al casinò.

Americani ignoranti sul poker?

Facendo un salto oltreoceano, Mark Twain (1835-1910) era anche un esperto pokerista: un casinò del Missouri porta tra l’altro il suo nome.

Lo scrittore statunitense si lamentava del fatto che poche persone nel suo Paese conoscessero le regole del poker: “Ho conosciuto religiosi, brava gente, persone gentili, liberali, sincere, e cose del genere, che non sanno che cos’è una scala reale. E’ sufficiente per farti vergognare della specie umana”.

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Mark Twain
 

Il premio Nobel che scrive di poker

 Il rapporto tra Twain e il poker è stato approfondito anche dalla rivista Nature in un articolo di Joseph Leonard Goldstein, biochimico e genetista e premio nobel per la Medicina. Nel suo scritto lo scienziato americano ricorda un saggio di Twain del 1870 dal titolo “Conoscenza e fortuna”.

Quest’ultimo riporta di un singolare caso giudiziario nel Kentucky, dove dodici studenti furono arrestati per aver giocato a poker.

Giocatori alla sbarra

Nella sua arringa di difesa l’avvocato dei ragazzi dichiarò che il poker non era un gioco d’azzardo, ma di abilità, e che i suoi clienti non potevano essere condannati finché non si fosse provato il contrario.

I testimoni dell’accusa, che erano tutti diaconi di chiesa, sostennero che il poker era tutto una questione di fortuna. Consigliato dall’avvocato degli studenti, il giudice istituì una giuria formata da dodici membri. Sei erano esperti giocatori e  ritenevano che il poker si basasse sull’abilità.

Joseph Goldstein
Joseph Goldstein
 

L’altra metà della giuria era formata da diaconi. Ai dodici sono stati forniti due mazzi di carte e alcune candele (forse per farsi luce e poter proseguire la riunione anche al buio).

Dopo un giorno la giuria emise il suo verdetto per bocca di un diacono: “Il gioco (del poker, ndr) è assolutamente un gioco di scienza e non di azzardo. A supporto del nostro verdetto, richiamiamo l’attenzione sul fatto che gli uomini che si affidano al caso sono tutti sballati, mentre gli uomini di scienza sono riusciti a ottenere denaro”. Il giudice accolse la tesi che il poker era un gioco di abilità, stabilendo quindi che la sua pratica non era più punibile nello stato del Kentucky.

Fortuna o abilità?

Ancora oggi, a più di un secolo di distanza, molti tornano a porsi l’interrogativo: il poker è un gioco di fortuna o di abilità? La stessa questione, fa sapere Goldstein, è stata affrontata dall’economista di Chicago Steven Levitt, autore del best seller “Freakonomics, il calcolo dell’incalcolabile”.

Nel suo studio “Pokernomics” Levitt ha diviso in due gruppi i 32mila giocatori che hanno preso parte alle World Series of poker del 2010. Da una parte c’erano i professionisti “altamente qualificati” (2,3 per cento del totale) che nell’edizione precedente  avevano vinto la maggior parte dei premi disponibili. Il restante 97,7 per cento, invece, faceva parte del gruppo “ordinario”.

Alla fine del torneo è emerso che i giocatori più esperti avevano ottenuto mediamente il 30 per cento in più del capitale investito, mentre gli altri avevano registrato perdite pari al 15 per cento. “Questo ampio divario – chiosa Golstein - dimostra evidentemente che il poker, così come viene praticato al giorno d’oggi, è un gioco di abilità e non di fortuna”.

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