La mano della settimana – è davvero possibile fare questo call?

Spesso nel poker si sente parlare di “pot-committed”. Significa aver investito così tante chip in un piatto grosso da non poter più foldare, a prescindere da ciò che accada.

Ma cosa succede se sei quasi costretto a chiamare, ma hai una mano non propriamente buona e stai rischiando di perdere tutto il tuo stack?

Ed è questo il ragionamento che Gabriel Paul deve fare nella nostra mano della settimana – oh, abbiamo detto che c’è in palio un braccialetto WSOP?

Dal flop al river

L’anno scorso le WSOP hanno organizzato un evento Tag Team (a squadre) e siamo proprio nella su fase cruciale.

Tutti i team sono composti da due o tre giocatori che andranno a condividere tra loro il premio in denaro.

In finale, Doug Polk e Ryan Fee sfidano un team composto da giocatori piuttosto sconosciuti: Adam Greenberg, Neil Mittelman e Gabriel Paul. In questo momento, Fee sta sfidando Paul.

Entrambi i team si sono assicurati $95.000, ma in palio ci sono altri $50.000 e ovviamente il braccialetto.

Gabriel Paul ha 1,71 milioni di chip, cioè 57 big blind, ma Ryan Fee è in vantaggio con 2,58 milioni, cioè 86 bb. I bui sono 15.000/30.000/50.000.

Paul ha

   

e rilancia a 80.000, ma Fee controrilancia a 190.000. Paul chiama e il piatto vale 390.000, con stack effettivi a 1,52 milioni (51 bb).

Il flop è

     

Fee prosegue puntando 275.000 e Paul chiama di nuovo. Il piatto sale a 940.000 e gli stack effettivi scendono a 1,25 milioni.

Il turn è

 

Fee spara altri 575.000 e Paul piazza un altro call. Il piatto lievita a 2,09 milioni e gli stack effettivi scendono a 650.000.

Il river è

 

Fee manda Paul in all-in. Paul ci pensa due minuti e chiama. Riesce così a raddoppiare a 3,4 milioni, dato che Fee stava bluffando con

   

Fee scende a 29 bb, ma riuscirà a recuperare e a vincere il torneo.

Rivediamo insieme la mano.

Analisi

Che mano pazzesca! Ci sono diversi spot interessanti che meritano i nostri complimenti.

Paul riceve A-Ts, una mano molto buona in heads-up, quindi un raise è d’obbligo.

Dall’altro lato del tavolo, Ryan Fee ha la spazzatura assoluta – 5-2 di fiori – ma lavora di fantasia, rilancia e ingrossa il piatto.

Paul non può foldare una mano di cotanta forza e fa call. Arriva il flop, ed è un flop molto interessante.

J 8 6 porta diversi progetti sul board ed è anche un flop che centra il range di gran parte dei giocatori che farebbero call pre-flop.

Fee decide di puntare lo stesso, rappresentando una mano molto forte con cui probabilmente punterà anche nelle street successive.

A questo punto, Fee deve anche pensare a cosa verrà dopo, dato che ha già investito un terzo del suo stack effettivo con la c-bet al flop.

Call o raise?

All In

Torniamo a Gabriel Paul. Possiamo dire che avere il progetto di colore nut e una overcard significa che il fold non è un’opzione: o call, o raise.

Entrambe le opzioni hanno i loro vantaggi: andando all-in, Paul potrebbe far foldare qualche mano migliore della sua, tipo un 6 o un 8.

Chiudendola qui, aggiungerebbe il 30% al suo stack. Anche un call non è male perché permetterebbe a Fee di arrivare al turn con tutto il suo range, inclusi molti bluff.

Ma Paul deve anche pensare al futuro e il suo problema è che se non centra il turn, dovrà mollare la presa o chiamare con un semplice progetto.

Ryan Fee ha i nervi d’acciaio

Il turn è un K, carta decisamente buona per il range di Fee. Ryan sembra d’accordo con questa affermazione e infatti punta ancora.

Fee deve aver pensato che nel range di Paul ci fossero abbastanza progetti da costringerlo a foldare.

Allo stesso tempo manda al suo avversario un messaggio deciso: “Andrò all-in su qualsiasi river!”

Paul ora deve convivere con le conseguenze del suo call al flop. Oltre al progetto di colore ora ha anche un progetto di scala a incastro, ma non ha neppure una coppia già formata.

Se contiamo gli out, arriviamo a qualcosa tra i 12 e i 18, cioè il 25% di equity – non abbastanza per giustificare matematicamente un call, a meno che non pensi che Fee stia giocando con il nulla.

Ora, un giocatore aggressivo come Ryan Fee non disdegna mai un bel bluff. Detto ciò, un call può andare, ma solo se SEMPRE seguito da un call anche al river.

Fee crede nella fold equity

Paul callt

Il J al river non cambia molto. Il giocatore che era avanti al turn lo sarà ancora adesso.

Tuttavia Fee punta in un piatto da 2 milioni contro un giocatore a cui sono rimaste 650.000 chip, cioè 22 bb.

Questo è un ottimo esempio di levelling nel poker. Fee cerca di far passare questo messaggio: “Sto puntando anche se so che non puoi foldare, cosa che ti fa capire che ho una mano forte. Sei sicuro di non voler foldare?”

E il messaggio f ail suo lavoro, dato che Gabriel Paul si ritrova in un brutto spot. Non solo perde contro qualsiasi coppia, ma ci sono anche dei bluff che lo battono,

Alla fine, però, il call è d’obbligo, perché il range di Fee non contiene solo bluff “normali”, ma anche un paio di progetti bucati come 9-7, Q-9, un incastro o persino un progetto di colore più basso.

Inoltre ci sono solo poche mani abbastanza forti da puntare tre volte – tipo un jack, un re, due 8 o due 6.

Eppure, complimenti a Gabriel Paul per aver mantenuto la sua mente lucida. Sì, la decisione era più o meno presa già al turn, ma è comunque un call molto difficile da fare con asso-carta alta, quando è in gioco la tua permanenza nel torneo – e quella del tuo compagno di squadra.

Conclusioni

Ryan Fee fa quattro tentativi coraggiosi di far foldare il suo avversario, ma non riesce nell’intento.

Dal canto suo, Gabriel Paul chiama con progetti sempre migliori, fino a quando non si ritrova talmente invischiato nel pot da non poter più foldare.

Ti preghiamo di ricontrollare i dati inseriti

Si è verificato un errore

Devi attendere 3 minuti prima di poter postare un nuovo commento

Non ci sono commenti