Adinolfi "Se la Pecora Viene Scuoiata, Allora Non Dà Più Lana"

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Blogger, politico, giornalista, giocatore di poker: questo è Mario Adinolfi.

Intervista esclusiva a tutto campo con Mario Adinolfi: ex Full Tilt che ci parla di politica, di poker e della difficoltà di cambiare l'Italia.

Cercando di approfittare di un’amicizia nata ai tempi del suo blog su PokerListings – l’interessantissimo “Il Poker Secondo Adinolfi -, abbiamo provato a fare una chiacchierata molto informale con Mario Adinolfi, politico in quota PD, giornalista, blogger e –come è logico che sia per un articolo di PokerListings – anche giocatore di poker.

42 anni compiuti lo scorso agosto, barba incolta ( ma non troppo) che fa abbastanza intellettuale e provocazione sempre in canna, Adinolfi è paragonabile ad uno di quei meravigliosi personaggi di Nanni Moretti che vivono per rappresentare il titanico sforzo tutto italiano di una generazione che vorrebbe cambiare l’incambiabile: l’Italia.

Come sempre, la chiacchierata con Mario è stata di quelle interessanti e ricche di spunti di riflessione. Scopriamo insieme perchè.

[G.A] Poco più di due anni fa, il poker italiano ha provato a “fare politica” protestando contro la messa al bando del poker live e conducendo una battaglia (probabilmente) rovinata dal fatto che qualcuno ha agito più per cercare visibilità personale che per tutelare l’interesse collettivo.  [ Mamma mia, mi sembra di parlare dell’ex governo…]

Tu hai provato a metterci del tuo creando la “Italian Poker Players” per – cito dal manifesto: “ rappresentare le istanze dei pokeristi sul territorio, dar loro peso nel rapporto con le istituzioni, "sindacalizzare" noi clienti delle poker room per far sì che non ci si considerassero solo "mucche da mungere”. Peccato che nel frattempo la sua pagina su Facebook sia destinata all’archiviazione perchè non più in uso.

Che è successo?

[M.A.] Magari ci fosse stato qualcuno che avesse seriamente ricercato almeno l'interesse personale. Invece, semplicemente, non è successo nulla. Il movimento pokeristico italiano non sa rappresentarsi, né a livello collettivo né sul piano delle individualità più brillanti.

L'esito inevitabile è uno Stato che tratta i giocatori come pecore da tosare attraverso il rasoio affilato di Aams e soprattutto delle poker room. Devono sapere che però se la pecora invece di essere tosata viene scuoiata, poi non dà più lana.

Sì Italian Poker Players è stato un tentativo di sindacalizzazione del movimento dei giocatori, che però è andato ad infrangersi sull'assenza delle caratteristiche minime necessarie alla creazione di un'associazione realmente incisiva: unità di intenti, disponibilità all'impegno, continuità di azione.

Ognuno, poi, finisce per pensare solo ai tavoli da aprire per grindare o al prossimo torneo live da giocare. Non mi arrendo però. La pagina Ipp la considero in stand-by, non è un'esperienza archiviata.

Le motivazioni della mobilitazione sono ancora lì, tutte le questioni che ponevamo sono rimaste irrisolte. Mi riferisco in particolare al tema del live e della tassazione dei giocatori.

[G.A] A guardare i dati degli ultimi mesi di un po’tutte le edizioni internazionali di PokerListings, i lettori sembrano non riuscire a smettere di interessarsi al destino di Full Tilt – sala per la quale tu hai avuto l’onore di giocare da professionista. Che impressioni ti sei fatto di tutta la vicenda Full Tilt?

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Mario Adinolfi al tavolo con la casacca di Full Tilt
 

[M.A.] Sì è stato un vero onore far parte della squadra di Full Tilt e quando nel bel mezzo delle Wsop è scoppiato l'ultimo pandemonio ero a Las Vegas e non ci volevo credere. Dal punto di visto anche umano sono rimasto ferito.

Leggendo a freddo la situazione, mi viene in mente una  sola considerazione: mai fidarsi di giocatori che si mettono a fare gli imprenditori. Non ne hanno le caratteristiche.

[G.A] E se domani Mr.Bernard Tapie in persona (non il figlio, eh!) ti chiamasse e ti chiedesse: “Mariò, che ne direstì di tornare a giocaré per noì?”, che faresti?

[M.A.] Attualmente sono sotto contratto con il Team Pro 1128 e mi trovo talmente bene che non credo proprio che accetterei.

E' stato un incrocio quasi fortuito, mentre ero impegnato al Wpt di Malta, ma è la squadra che ha fatto esplodere il fenomeno Kanit e io sono stato lieto di raccoglierne la casacca "extra-large".

Siamo una squadra piccola di appena tre elementi e poiché io provengo dall'esperienza monstre di Full Tilt, dove il team contava centinaia di pro, ho pensato che avrei potuto rimanere deluso. Invece la serietà e la professionalità dei manager del Team Pro 1128 mi ha sorpreso in positivo.

No, non credo che cederei ad un corteggiamento di Tapie, quello per Full Tilt è stato un grande amore ma si sa che gli amori traditi lasciano strascichi. Riconosco comunque a Tapie le qualità del genio e una vicenda umana straordinaria, una vita che è stata un romanzo e che ammiro molto, disavventure comprese.

[G.A] Parlando con te non posso evitare di buttarla in politica. È impossibile, non c’è niente da fare. E quando penso alla politica ed al gioco online, mi vengono sempre in mente le parole di qualche deputato che ogni tanto si alza dal suo banco del Parlamento e denuncia pericolosi legami tra il gioco online (poker incluso) e la malavita organizzata.

Quello che mi sorprende, bene inteso, non sono le sue parole – ma il silenzio che le segue ogni volta. Secondo te, non ne parliamo perché il problema non esiste, oppure perché non abbiamo il coraggio di affrontarlo?

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Il Senatore Luigi Li Gotti, IdV, membro della commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia. Da lui spesso parole molto dure sul gioco online.
 

[M.A.] Francamente, se parliamo di malavita organizzata, non credo che le radici del problema risiedano nel poker. La malavita organizzata in Italia si nutre di traffico di stupefacenti e di appalti pubblici prevalentemente nel campo dell'edilizia.

E' un tema talmente serio che non mi va di confondere con un territorio del divertimento quale è per me quello del Texas Hold'Em.

[G.A] Ricambio generazionale, ggiovani, innovazione, rottamazione – tutte cose molto interessanti che spesso, almeno in Italia, finiscono sul tuo nome. Tra la fondazione di The Week (il giornale online degli italiani nati dopo il 1970), il tuo nuovo progetto Citofonare Adinolfi (un nuovissimo talk show 2.0 aperto a chi passa per casa Adinolfi in onda ogni pomeriggio alle 15.30 sul canale LiveStream di Mario) e certi occhiolini ammiccanti a Renzi riesci a dare sempre l’impressione di un cambiamento epocale imminente.

Però, poi, alla fine l’Italia si affida (contentissima) a Mario Monti, la Juventus ricomincia a vincere il campionato, Bersani fa al massimo un risvolto in più alle maniche della camicia e nel poker italiano non si vede uno-che-sia-uno in grado di attaccare la fama di Pagano, Pescatori e Minieri.

Ma è davvero così impossibile cambiare l’Italia?

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Il Governo di Mario Monti. Per un totale di 1.030 anni.
 

[M.A.] Una infinita staticità del nostro paese è evidente, in tutti i campi.

Il neonato governo Monti conta 16 ministri, se sommiamo le loro età andiamo oltre il millennio (1.030 anni per la precisione) per un'età media di sessantaquattro anni e mezzo. Anche quando c'è da salvare il paese, riformarlo e innovarlo non si pensa mai di andare a chiedere aiuto a qualche giovane talentuoso e intuitivo.

Non dico di fare come in Danimarca, dove il ministro del Fisco ha 26 anni, ma almeno come in Inghilterra o in Spagna dove gli attuali premier hanno meno di cinquant'anni. Ma gli italiani non amano molto i cambiamenti.

Nel mio territorio lavorativo io provo a innovare sperimentando in questo momento sul web un format come Citofonare Adinolfi che vuole capovolgere il punto di vista e trasformare il telespettatore da oggetto a soggetto della comunicazione e del talk show. Una sorta di rivoluzione copernicana della tv che avrà bisogno di tempo per affermarsi, ma sul web dopo poche puntate già ha visto costruirsi una comunità di "seguaci" di qualche migliaio di persone.

Vediamo fino a dove arriveremo, accompagnando lo sforzo certamente anche con la battaglia a favore delle nuove generazioni che combattiamo con molti amici attraverso The Week.

L'Italia può cambiare solo se chi è nato dopo il 1970 si dà una mossa e inventa, ognuno nel proprio campo, qualcosa di nuovo e di efficace.

Poi bisogna unirsi a testuggine per reclamare un ribaltamento anche in termini di età delle classi
dirigenti del paese in tutti i campi, non solo in politica.

[G.A] Quasi mi dimenticavo: questa doveva essere un’intervista di poker. Mi sa che ho sbagliato. Provo a recuperare con l’ultima domanda: progetti per il futuro? Dove ti vedremo giocare?

[M.A.] Beh, intanto è stato un grandioso 2011 per me, con il quarto posto al Wpt di Vienna e due ITM "pesanti" agli Ept di Berlino e Barcellona.

Chiuderò l'annata giocando ancora due volte al WPT (Praga e Venezia) perché questo circuito mi porta bene e sono al secondo posto delle vincite italiane all time, secondo solo ad Alessio Isaia.

Per il Team Pro 1128 giocherò anche l'Ept di Praga e con questi tre impegni il mio 2011 sarà concluso, ma già oggi con oltre duecentomila dollari vinti posso dire di essere molto soddisfatto. Magari tutti gli anni..

[G.A] E vincere?

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Salvatore Bonavena aka. il Re di Praga
 

[M.A.] Se dovessi scegliere un torneo da vincere, direi l'Ept di Praga. E' l'unico Ept mai vinto da un italiano, toccò a Salvatore Bonavena tre anni fa. Né prima né dopo nessun italiano ha alzato la picca.

Anzi, per essere precisi, nessun italiano dopo quella vittoria praghese ha più vinto un major a livello internazionale, se si esclude l'affermazione casalinga di Alessio Isaia al Wpt di Venezia.

Ecco, mi piacerebbe far ripartire il poker italiano dal punto esatto dove si è fermato, dall'Ept di Praga. Mi impegnerò per riuscirci.

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Mauro Pasi 2011-11-18 10:07:24

@entrambi

Credo che il poker sia un lusso a cui l'Italia potrebbe rinunciare tranquillamente.

E' una passione, così come lo sono i videogiochi, che a molti, me compreso, serve a passare una serata con gli amici o online.

Per questo non lo demonizzo. Ma da qui a parlare di diritti dei giocatori di poker il passo è lungo. C'è gente che senza lavoro ci finisce davvero, ma perchè nessuno investe più in questo paese e le fabbriche chiudono. Ed è proprio in momenti come questo che società straniere, con sedi in paradisi fiscali, fanno il bello e il cattivo tempo anche e soprattutto in questo settore.

Non potete avere un paraocchi così grande da non capire il controsenso di considerare il pokerista come un lavoratore e il poker come una risorsa economica.

Se poi parliamo di poker live e di casinò posso capire che sono industrie che portano soldi al paese, posti di lavoro e magari ulteriore turismo, ma il poker online proprio no.

Mi scuso per aver portato OT la discussione.

grinder 2011-11-18 05:22:27

Mauro: io penso che se non hai niente da dire, faresti meglio a stare zitto.
Così dimostri di essere solo quello che sei, nulla più.

Paolo 2011-11-17 08:08:27

@Mauro: informati anche solo su quanti MILIONI di euro frutta il poker in tasse.
Poi informati su quante persone lavorano nei casinò ed in tutte le società collegate al gioco.

Poi pensa, se questi lavori venissero a mancare, la società starebbe peggio o non se ne accorgerebbe nemmeno?

Mauro Pasi 2011-11-17 08:01:47

Intervista interessante con la quale concordo per quanto riguarda il discorso del cambiamento e dello spazio ai giovani.
Però quando sento parlare di associazioni di pokeristi, di sindacalizzare ecc ecc, mi monta una rabbia addosso... Tempo fa lessi un commento di un giocatore che si lamentava dell'improvvisa mancanza dei cosiddetti pesci piccoli di cui i pro si "nutrono". La frase finale del commento era qualcosa della serie "se continua questo trend i giocatori professionisti finiranno senza lavoro"

Siamo davvero ai livelli in cui il poker può essere considerato un lavoro? E cosa produce? Quali benefici ne ricava la società?

Credo che l'Italia abbia problemi ben più grandi da risolvere che quelli dei pokeristi.

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