Intervista a Lanfranco Pace: “Il poker in Italia? Stritolato da leggi inique”

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Foto da www.dagospia.com

Con modestia si definisce un semplice appassionato del Texas hold ‘em. “Di mestiere faccio altro. Nel mondo del poker sono un dilettante e spesso e mal volentieri un polletto”.

Sebbene si occupi prevalentemente di politica in qualità di opinionista per la televisione e la carta stampata, nei suoi articoli il giornalista Lanfranco Pace dimostra una notevole conoscenza del poker (i suoi giocatori preferiti sono Dario Minieri, Phil Ivey e Gus Hansen).

Nato nel ’47 a Fagnano Alto (L’Aquila) e con alle spalle un burrascoso passato nella sinistra extraparlamentare, Pace ha condotto il programma di La7 “Otto e mezzo” e attualmente collabora con “Il Foglio”. E’ anche laureato in Ingegneria.

“Il successo del Texas Hold ‘em - ha riferito qualche anno fa il giornalista intervistato da un collega dell’Unione Sarda - è il ritorno prepotente del sogno americano, che ha ricevuto un colpo durissimo dopo la caduta del mito di Wall Street, un’altra icona di quel desiderio di rivalsa che spinge a tentare la fortuna”.

Come scrive lo stesso Pace in un articolo sul tavolo finale delle World Series of Poker “questo gioco seduce perché si presenta con il volto accattivante della democrazia, è indifferente al denaro accumulato in precedenza e garantisce l’uguaglianza delle condizioni di partenza. Ricchi e poveri sono sulla stessa linea, proprio come una volta i pionieri allineavano i carri aspettando il via della corsa all’ovest”.

Ora il giornalista racconta a Pokerlistings la passione che non lo ha mai abbandonato:

 

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Pratica ancora il poker?

Ogni tanto gioco online, ma sempre meno le confesso. Mi stanco presto: invecchiando si perdono riflessi e aggressività. Di Doyle Brunson ce n'è uno solo. Quando era ancora possibile accedere ai siti americani, ho vinto qualche torneo minore, ma parliamo di poche migliaia di dollari. Sui siti italiani ho vinto solo alcuni “sit and go”.

 

Come è nata la passione per questo gioco?

Quando frequentavo il liceo classico ho cominciato con il draw (specialità nella quale ogni giocatore riceve cinque carte coperte, ndr). Ricordo che a Senigallia, dove ho vissuto da ragazzo, c'era un circolo di gioco ma ero ancora troppo giovane per poter essere ammesso. A Roma, poi, mi sono appassionato alla telesina (una variante a carte scoperte simile al 5 card stud).  Per anni ho giocato solo a quella, in case private e al Clubino di via Linneo, nel quartiere Parioli di Roma. Il Clubino era piuttosto conosciuto per il bridge, ci giocavano Omar Sharif e tanti esponenti del Blue Team come Benito Garozzo, Lorenzo Lauria e Alfredo Versace. Ha chiuso i battenti qualche anno fa. La prima volta che ho giocato a Texas Hold ‘em è stata a Parigi nel lontano ’92.

 

All’epoca questo gioco era quasi sconosciuto in Europa.

Se avessi avuto maggiore spirito imprenditoriale avrei capito che di lì a poco il poker si sarebbe trasformato, grazie a Internet, in una grande gallina dalle uova d’oro. Il vento a favore cominciò a levarsi con le World Series of Poker del 2003: ma allora i posti erano già tutti occupati.  

 

Nel nostro Paese sembra manchi un’adeguata regolamentazione per il settore del gioco online e dal vivo.

La legislazione italiana è da incubo, falsamente moralista, assolutamente ipocrita. La legalizzazione delle scommesse ha prodotto una modernizzazione solo apparente. I problemi restano sempre gli stessi. Alla base di tutto c’è l’idea demente che i giochi di Stato, come lotto, lotterie e simili sono moralmente accettati, mentre il poker viene visto come un figlio del demonio. E’ il retaggio di una cultura totalitaria secondo la quale i cittadini devono essere tenuti al riparo dalle tentazioni.

 

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La crisi dei casinò potrebbe essere risolta con la loro privatizzazione?

Dovrebbe essere il mercato a decidere il numero e la distribuzione delle case da gioco sul territorio. Da noi, invece, i sindaci che vorrebbero aprire nuovi casinò si trovano bloccati dal Governo centrale.

 

Dicono che hanno paura delle infiltrazioni criminali.

Sai che novità. A Las Vegas e ad Atlantic City, così come in numerose città europee, hanno già fatto fronte a questo problema. E poi: chi lo dice che la malavita non abbia già messo le mani sui nostri casinò?

 

E per il gioco online?

Dovrebbe essere totalmente libero, i siti Internet dovrebbero avere la possibilità di  organizzare tutte le partite che vogliono e in qualsiasi forma. Lo stesso dicasi per i circoli nei quali viene praticato il poker dal vivo, costretti a inventare stratagemmi di vario tipo per camuffare i premi in denaro.

 

Secondo gli accertamenti svolti lo scorso marzo dalla Guardia di Finanza, la room Pokerstars avrebbe dirottato 300 milioni di euro verso Malta e l’Isola di Man, evadendo il fisco italiano.

Mi trova impreparato sull’argomento. Diciamo però che tutte le imprese che vogliono sopravvivere, Fiat in testa, spostano le loro sedi legali e fiscali in altri Paesi. Resistere non è un diritto, ma un dovere, considerata la pressione fiscale in Italia e l’utilizzo che viene fatto del denaro dei contribuenti.

 

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ClaudioJ 2015-04-16 11:42:39

Un grande personaggio davvero, avrebbe meritato molto più spazio in televisione. Ma come si sa in Italia quando sei onesto non vai da nessuna parte