Il Wall Street Journal indaga sullo staking nel poker

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La pratica è molto comune tra i giocatori di poker professionisti, ma il quotidiano si chiede se ciò non possa in qualche modo inficiare sull'integrità dei tornei

Vendere quote - o scambiarsele - oppure trovare qualcuno che 'sponsorizzi' un evento è cosa assai comune tra i giocatori di poker professionisti.

Ma non è che la punta dell'iceberg: sono tantissimi, e di vario tipo, gli accordi che i professional poker player stringono tra loro, per i motivi più disparati.

Alcune volte si tratta di semplici prestiti, magari nei confronti di un buon giocatore semplicemente sfortunato nell'ultimo periodo. Altre volte, invece, si vende/scambia una o più quote di un torneo per diminuire l'impatto della varianza, che soprattutto nel circuito dei tornei di poker live può essere veramente devastante.

Lo scorso fine settimana, il Wall Street Journal si è occupato di questi argomenti in un lungo articolo di approfondimento, che ha scandagliato l'universo degli accordi privati tra giocatori di poker.

Che a volte arrivano persino a scommettere sulle mani altrui, anche se si ritrovano allo stesso tavolo.

L’inchiesta del Wall Street Journal

L'articolo riporta, per esempio, di come Daniel Negreanu abbia speso circa 2 milioni di dollari durante le World Series of Poker 2011, fungendo da sponsor per numerosi giocatori in altrettanti eventi.

Anche se gli è capitato di trovarsi allo stesso tavolo contro questi player, Negreanu ha affermato che il suo investimento nel loro successo non gli ha impedito di giocare al massimo delle possibilità.

"Due anni fa - si legge sul Wall Street Journal - [Negreanu] ha investito circa 2 milioni su 10 giocatori che hanno partecipato alle WSOP, e si è ritrovato a giocarci contro in diverse occasioni. 'Ho giocato contro di loro al massimo delle mie possibilità, proprio come avrei fatto contro un avversario qualsiasi', ha dichiarato".

I diversi accordi di staking

A volte questi accordi di staking vengono chiusi tramite la stipula di un contratto vero e proprio, ma più spesso, nonostante si parli di parecchi soldi, basta una stretta di mano per suggellare l'accordo: "A volte ci sono contratti scritti - scrive il noto quotidiano americano - ma spesso si tratta di una semplice stretta di mano".

Interessanti anche le rivelazioni sul tipo di offerta: "Lo staking di solito prevede il pagamento dei costi di iscrizione, noti come buy-in dei tornei, per un periodo di un anno, in cambio di una percentuale dal 50 al 70% dei profitti del giocatore.

Se quest'ultimo perde, di solito si impegna a ripagare i suoi investitori con le vincite future, finché il debito viene estinto".

Interessante anche la parte che riguarda i risvolti legali di questi accordi di staking. Chi organizza i tornei di poker è al corrente di tali attività, anche se non le vede di buon occhio.

La risposta degli organizzatori dei tornei

Lo stesso dicasi, ad esempio, per il Nevada Gaming Control Board, che per bocca del suo presidente, A.G. Burnett, non fatto mistero di mal digerire le intese tra giocatori. "Sappiamo che esistono, ma non esiste una regola in materia", ha affermato Burnett al Wall Street Journal.

La Caesars Entertainment, che possiede il marchio WSOP, ha invece una versione più pilatesca: "Non vogliamo avere nulla a che fare con questo tipo di argomenti", ha dichiarato il portavoce Seth Palansky, ch ha sottolineato come le World Series lavorino sodo per mantenere l'integrità dei loro tornei.

Anche se qualche dubbio rimane: voi come vi comportereste se vi trovaste al tavolo un giocatore sul quale avete investito, magari parecchio, e che ha disperato bisogno di chip? Se il vostro stack fosse enorme, non vi verrebbe la tentazione di 'regalargliene' un po'?

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