Global Poker League: d'accordo le Sfide online, ma il resto Dov'è?!

global poker league recensione

Dopo tre settimane di sit and go six-max e di heads-up la sensazione è di una certa ripetitività che non aiuta a mantenere alta l'attenzione dello spettatore.

Il poker deve cambiare, si diceva. Deve entrare maggiormente in contatto con i fan. Deve intrattenere di più. Deve diventare un sport, per dirla alla Alex Dreyfus. La risposta dell'imprenditore francese? La Global Poker League. Eppure, dopo tre settimane di sit and go six-max e sfide heads-up, la sensazione è che manchi qualcosa.

Via i soldi dal poker, e già togli una potenziale fonte di interesse. Perché alla fine, come dicono molti colleghi che scrivono di Texas Hold'em, "la gente vuole il sangue". Cioè vuole leggere di come Tizio ha perso un piatto da due milioni di dollari nel cash game high stakes online, o di come Caio sia diventato campione del mondo WSOP partendo da un satellite da 37 dollari - Moneymaker anyone?

Nella Global Poker League non ci sono buy-in fantascientifici o montepremi milionari. Si gioca per la gloria. Si gioca per intrattenere i fan. Solo che finora di gloria se n'è vista ben poca - quella magari arriverà dopo le finali di Wembley - e di intrattenimento, diciamocelo, ancora meno.

I protagonisti sono sempre i soliti, le formule pure. Dopo tre settimane, qualcuno si ricorda il risultato di un Six Max? Qualche giocata particolare? Un heads-up entusiasmante? Per ora, è solo un mucchio di giocatori che giocano a poker per 100 dollari netti l'ora.

D'accordo lo sport, ma vogliamo anche entertainment

intrattenimento sport
Non esiste sport senza tifosi scatenati...

Difficile che un curioso si possa appassionare ad una formula, quella della Global Poker League, che finora non ha dato molto più che semplici partite di Texas Hold'em senza nulla di concreto in palio. Può piacere a chi di poker è già fan sfegatato, perché sicuramente è interessante seguire alcuni dei top player mondiali a carte scoperte e in tempo reale, ma finisce lì.

Dov'è il lato entertainment? Dov'è quel qualcosa in più che è stato promesso e che finora non si è visto?

La verità è che non esiste sport senza rivalità. Che cosa sarebbe il campionato di calcio senza il derby tra Milan e Inter, senza gli attriti tra Juventus e Fiorentina, senza la lotta tra Roma e Lazio? Semplicemente gente che gioca a calcio. A prescindere che in palio ci sia uno Scudetto o una Coppa.

Perché diciamocelo, l'essenza dello sport - giusto o sbagliato che sia, ma questo filosoficamente è un altro discorso - non è solo tifare a favore: è anche tifare CONTRO. Sono gli attriti, le frizioni, gli scontri, i testa a testa, che creano interesse.

Che cosa sarebbe il pugilato senza Ali vs Frazier, senza Tyson vs Holyfield, senza Pacquiao vs Mayweather? Semplicemente gente che si picchia su un ring. Che può piacere, per carità, se sei appassionato. Ma che viceversa non potrebbe attirare a livello globale.

Chi vi scrive non ha mai visto un incontro di boxe per intero, eppure - anche se all'epoca era un ragazzino - c'era davanti alla televisione quando Iron Mike staccò l'orecchio all'avversario con un morso. Perché? Perché in ballo c'era una rivalità clamorosa che ha fatto parlare tutto e tutti, anche chi di pugilato non ne capiva nulla.

Dateci un po' rivalità!

wrestling scontro
Lo scontro è alla base degli sport di maggiore successo

Ogni paese, ogni cultura, ha i propri tratti distintivi. Negli USA, il wrestling riempie le arene 365 giorni l'anno. Tutti lo sanno che i lottatori non si menano per davvero - o quantomeno non intenzionalmente - eppure la gente segue, si appassiona, tifa.

Nella Global Poker League mancano quelle che in gergo, nel wrestling, si definiscono storyline. Sono le trame che giustificano - a volte in maniera eccellente, altre volte meno - ciò che porta due o più lottatori a sfidarsi sul ring. Non è semplicemente gente in costume che sale sul quadrato a darsi pugni, calci e sediate sulla schiena.

E lo schema non lo ha certo inventato il wrestling; è lo schema più antico al mondo, usato e abusato da scrittori e registi: buoni contro cattivi. La gente ha bisogno di identificarsi, per tifare e seguire con passione. Altrimenti passa oltre.

Ed è così in tutti gli sport. Riprendiamo gli esempi di cui sopra. Nelle rivalità già citate, Tyson e Mayweather interpretavano - agli occhi dell'opinione pubblica e dei media - i "cattivi" di turno, là dove Holyfield e Pacquiao erano i "buoni". Nel calcio, ciascun tifoso vede nella propria squadra del cuore i "buoni" e negli avversari "i cattivi".

Per lo juventino, la Vecchia Signora è simbolo di stile, classe e potenza, mentre l'Inter è la squadra degli scudetti di cartone; viceversa, per l'interista la Juve è "ladrona" e i nerazzurri sono gli "onesti". Buoni e cattivi, anche qui.

Vero o finto, poco importa

mma
il pubblico vuole il "sangue", anche quando è finto!

Nella stragrande maggioranza dei casi, le rivalità nello sport sono genuine. Quelle del wrestling, così come - in parte - anche quelle delle Mixed Martial Arts, sono costruite a tavolino. Eppure poco importa, perché quel che conta è immedesimarsi, schierarsi a favore di una fazione o dell'altra.

Tutto questo, nella GPL, non esiste. O quantomeno non esiste ancora. Che vincano i London Royals o i Rome Emperors, che primeggino i Paris Aviators o gli Hong Kong Stars, diciamocelo, non frega niente a nessuno, perché allo spettatore manca l'identificazione.

Immaginate questa scena. Durante un heads-up, Igor Kurganov comincia a stuzzicare Max Pescatori, tanto che ad un certo punto il Pirata Italiano spegne la webcam e smette di giocare a partita ancora in corso. Per quanto tempo se ne parlerebbe? Quanti articoli leggeremmo su siti e forum di settore? Quanti si schiererebbero con Kurganov e quanti a difesa di Max? Quanta voglia avremmo di rivederli di nuovo l'uno contro l'altro?

Ma soprattutto: quanto diamine ci importerebbe di sapere, in fondo, se la cosa fosse studiata a tavolino o no?

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