Gestire lo stress nel poker - Seconda parte

Di: Arthur S. Reber

Nella prima parte abbiamo parlato della frustrazione e dello stress, e dell'impatto psico-fisico che hanno su di noi - in particolare quando i risultati nel poker non ci soddisfano.

Mi sono concentrato sulle diverse reazioni allo stress, e su qualche semplice trucchetto per affrontarle.

Nella seconda parte vorrei entrare più in profondità nei meccanismi emotivi che accompagnano lo stress, scavando nel profondo di ciò che passa nelle nostre teste e nei nostri corpi quando siamo seduti a un tavolo da poker.

Lo so, lo so, ecco il professore che ricomincia. Scusate, è più forte di me. Ma continuate a leggere, vi assicuro che potreste imparare qualcosa che vi aiuterà nel gioco.

Iniziamo con due punti chiave:

1. Lo stress non deve essere necessariamente negativo: è un'emozione come un'altra.

2. Dalla stessa fonte di stress possono scaturire emozioni molto diverse.

Lo so che tutto ciò sembra alquanto criptico, ma non vi azzardate a chiudere la finestra di questo browser.

La storia non è così complicata come sembra. Vedrete che vi farò scoprire nuovi modi di capire il gioco del poker, e vi illuminerò sul perché alcuni di voi potrebbero giocare molto meglio dei "colleghi" in alcuni casi, ma non in altri.

Lo stress non deve essere necessariamente negativo: è solo un'altra emozione.

Come abbiamo già avuto modo di vedere, la ricerca dimostra che continui livelli alti di stress possono essere deleteri. In realtà le cose sono un pochino più complicate di così.

A volte lo stress è un motivatore importante. A livelli abbastanza alti, la gente è in grado di fare delle cose altrimenti impensabili, in situazioni "normali".

Sappiamo di genitori che hanno letteralmente strappato le porte della loro automobile in fiamme per salvare i figli intrappolati, per poi rendersi conto di averlo fatto con una gamba rotta.

Quando l'emotività raggiunge livelli sufficientemente alti, può stimolarci a fare cose incredibili e stupende.

D'altro canto, vi piacerebbe farvi operare al cervello da una persona in quello stato?

A me no di certo. Se mio figlio è intrappolato in una macchina in fiamme voglio qualcuno che stia fibrillando. Ma se quella stessa persona deve usare un bisturi su di me, voglio che sia calma e tranquilla.

E viceversa, naturalmente: il comportamento calmo e rilassato che serve al chirurgo non è molto utile quando c'è una carcassa di automobile in fiamme in mezzo a un incrocio stradale.

Adottate l'approccio di "Riccioli d'oro"

In psicologia, queste cose vengono chiamate "interazioni".

Il modo in cui lo stress influisce su di voi dipende da (o "interagisce" con) altre cose, come ad esempio il compito che dovete svolgere.

L'interazione tra lo stress e la difficoltà del compito è risaputa da un secolo, ed è chiamata "legge di Yerkes-Dodson", dal nome dei due psicologi che ne parlarono per la prima volta.

D'accordo, direte voi, ma il tuo consiglio qual è? Eccolo: adottate l'approccio di "Riccioli d'oro".

Come l'eroina della fiaba, dovete provare e riprovare prima che tutto vada come volete voi: né troppo caldo, né troppo freddo; né troppo soffice, né troppo duro.

Se siete fuori di testa, iper-eccitati e con l'adrenalina sempre in circolo, i vostri ragionamenti faranno pena.

Viceversa, se ve ne state seduti al tavolo come sacchi di patate, senza un briciolo di motivazione, non riuscirete a giocare con la giusta dose di aggressività.

Prima riflessione:

Avete mai sentito parlare di quei forti giocatori da $5/$10 che non riescono a vincere nelle partite da $1/$2?

È perché probabilmente i loro livelli di stress sono troppo bassi. Non sentono abbastanza pressione: non gli importa abbastanza dei risultati.

Certo, si lamenteranno comunque degli scoppi assurdi e dei calling station incalliti, ma non è questo il vero motivo.

In realtà sanno cosa dovrebbero modificare del loro gioco, ma il fatto è che non gli importa abbastanza. Sono chirurghi durante un'operazione di salvataggio.

Seconda  riflessione:

Vi siete mai chiesti perché tanti giocatori vincenti ai limiti $5/$10 le prendono di santa ragione quando salgono al livello $10/$25?

Probabilmente i loro livelli di stress sono troppo alti. Sentono troppa pressione: gli importa troppo dei risultati.

Ovviamente si lamenteranno di quelli che chiamano i rilanci con 4-3 suited, o malediranno la fortuna degli avversari, ma anche in questo caso sanno come vanno le cose nelle partite di questo livello.

Il problema è che la loro emotività raggiunge picchi troppo elevati. Sono i soccorritori alle prese con un intervento chirurgico.

La cosa bella è che può trattarsi dello stesso giocatore in entrambi gli scenari.

La sua conoscenza del gioco è la stessa. La sua abilità di ragionamento non è cambiata.

Se glielo chiedete, vi potranno spiegare quali cambiamenti strategici dovrebbero adottare, ma nonostante ciò non riescono a metterli in pratica. Perché non hanno il tocco di "Riccioli d'oro".

Dalla stessa fonte di stress possono scaturire emozioni molto diverse.

Ricordate l'esperimento di cui abbiamo parlato nella prima parte?

Ve lo ricordo velocemente: ad alcuni volontari veniva somministrata ciò che credevano essere una nuova medicina per migliorare le loro facoltà mnemoniche. Ma non era affatto una medicina (non esiste un farmaco del genere): era adrenalina.

Alcuni furono costretti ad aspettare in una stanza assieme a un tizio molto simpatico che raccontava barzellette, faceva dei giochi e in generale si divertiva come un matto. Altri furono sistemati in una stanza assieme a una persona arrabbiata e depressa, che si lamentava di qualsiasi cosa.

Quelli inseriti nella stanza del "clown" ne sono usciti col buonumore e, curiosamente, non hanno riportato alcun effetto collaterale.

Gli altri, invece, si sono detti depressi, ansiosi e hanno riportato una serie di effetti collaterali spiacevoli.

Stesso farmaco, dose e fisiologia. Ambienti diversi, interpretazioni diverse.

Una lezione semplice

Da tutto ciò, noi appassionati di poker, possiamo trarre una lezione semplice ma spesso sottovalutata.

La vostra interpretazione al vostro stato emotivo è importante tanto quanto l'emozione stessa.

Immaginate di aver viaggiato per il mondo per giocare con migliaia di altri giocatori, nel tentativo di aggiudicarvi un premio milionario; oppure di aver fatto il vostro pellegrinaggio annuale a Las Vegas per le WSOP; oppure ancora di aver ricevuto un invito in un club malfamato della Grande Mela (quello in cui Teddy "KGB" se ne sta seduto in pantaloncini ad aspettarvi).

Io? Ci sono passato, e mi sono ritrovato a vivere emozioni sempre maggiori.

A volte mi sono sentito ottimista, trepidante, con la voglia di giocare e la sensazione di essere così forte da poter spaccare il mondo.

Altre volte mi sono sentito meno fiducioso, molto ansioso, con un senso di terrore addosso (e una voce tranquilla che mi sussurrava: "Non è posto per te questo, schiappa").

Scommetto un centone che tutti quanti noi zoticoni abbiamo dato il nostro meglio quando siamo riusciti a gestire il vortice delle nostre emozioni in maniera positiva.

Ricordate "Riccioli d'oro"

Un consiglio pokeristico: la prossima volta che sistemate le vostre chip al tavolo e vi trovate seduti con un gruppetto di professionisti assatanati, o un paio di "braccialetti", ricordatevi di "Riccioli d'oro".

Non si tratta di ansia o terrore: l'adrenalina non è un istinto suicida mascherato.

È attesa, trepidazione; vi sentite energici, svegli, mentalmente concentrati e affilati come qualsiasi chirurgo.

Sull’autore:

Arthur Reber ha giocato a poker e ai cavalli per quarant’anni. È l’autore di The New Gambler’s Bible e coautore di Gambling for Dummies.

Ex editorialista di Poker Pro Magazine e di Fun ‘N’ Games, ha collaborato anche con Card Player (con Lou Krieger), Poker Digest, Casino Player, Strictly Slots e Titan Poker. Reber ha elaborato una nuova struttura di valutazione delle questioni etiche e morali che emergono nel gambling, su invito dell’International Conference of Gaming and Risk Taking.

Fino a poco tempo era professore di psicologia al The Graduate Center, City University of New York.

Tra le sue tante attività in questo ambito, ha fatto parte anche del Programma Fulbright all’Università di Innsbruck, in Austria. Ora si è semi-ritirato, anche se ogni tanto fa visita agli studenti della University of British Columbia di Vancouver, in Canada.

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