Freakonomics: Il Poker Non è un Gioco di Fortuna

Steve D. Levitt

Una ricerca sulle WSOP del Dipartimento di Economia dell'Università di Chicago condotta dall'autore di Freakonomics e pubblicata dal Wall Street Journal lo prova con i numeri: il poker è un gioco di abilità.

Dopo aver visto il poker online guadagnare gli onori della cronaca internazionale in seguito alla decisione del Dipartimento di Giustizia USA di attaccare le maggiori poker room della Rete e costringerle a bloccare l'accesso dei cittadini americani, dagli Stati Uniti arriva una ventata di chiarezza su un mondo che - nonostante l'impressionante grado di popolarità raggiunta - in molti sembrano davvero non essere mai riusciti a comprendere.

Il Peccato Originale: l'UIGEA

Un momento prima di salutare il proprio mandato e rimettersi nelle mani di quegli elettori che hanno scelto Barack Obama come Presidente degli Stati Uniti, l'amministrazione Bush tentò di dire la sua sulla realtà del poker su internet approvando nel 2006 l'Unlawful Internet Gambling Enforcement Acts.

Ampiamente criticata fin dal momento della sua promulgazione, l'UIGEA era stata proposta ed approvata per lanciare un attacco al mondo del gioco online partendo da un piano mai tentato prima: quello delle banche.

Anzichè rivolgersi alle sale da poker online e cercare di trovare un accordo con questi attori - senza dubbio i più importanti del sistema-poker - l'UIGEA dell'amministrazione Bush si rivolse infatti alle banche impedendo de facto qualsiasi transazione da e per le poker room e condannando automaticamente il poker online alla più completa illegalità.

Tacciata di incostituzionalità ed attaccata per il suo rappresentare una palese violazione delle libertà individuali dei cittadini americani, l'UIGEA è stata "quasi" sostituita dal decreto H.R. 2267 del luglio 2007, un decreto creato con l'idea di legalizzare il settore senza impedirne l'esistenza la cui approvazione, purtroppo, non è ancora riuscita a trovare il modo di inserirsi nell'agenda dei lavori del nuovo Congresso insediatosi nel 2011.

Arriva lo Tsunami: il Black Friday

A quasi sei anni di distanza dalla comparsa dell'UIGEA, il 16 aprile 2011, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha deciso (improvvisamente) di combattere la palese violazione della legge in atto sferrando un attacco (quasi) mortale all'intera industria.

Mandati d'arresto per direttori di banca ed esponenti di vertice delle sale di PokerStars, Full Tilt, Absolute Poker, confisca dei domini e chiusura delle room ai giocatori americani: quello che sarebbe dovuto essere un venerdì come tanti altri diventa, improvvisamente, il peggiore dei venerdì possibili. Il Black Friday del poker, come lo hanno chiamato subito negli Stati Uniti.

Come immaginabile, la decisione del DoJ ha provocato un vero e proprio tsunami finanziaro e psicologico all'interno di un mercato che ha visto un crollo drammatico delle sue cifre in meno di 24 ore.

Se da una parte, infatti, molte sale hanno deciso di rischiare la chiusura impedendo l'accesso ai player a Stelle e Strisce, dall'altra la paura di perdere i soldi depositati in milioni di conti di gioco e di ulteriori "ritorsioni" da parte del legislatore ha convinto molti giocatori a fuggire dalle sale aprendo le porte ad una crisi di dimensioni ancora oggi di difficile comprensione.

La chiave di lettura la offre "Freakonomics"

Abituato da sempre a mettere in discussione tutte le teorie troppo "ovvie" per essere reali, l'economista Steve D. Levitt del Dipartimento di Economia dell'Università di Chicago ed il suo collega Thomas J. Miles hanno deciso di "scendere in campo" e di attaccare alcuni principi costruiti - apparentemente - su pericolosi stereotipi.Ricercatore di fama internazionale, Steve D. Levitt è diventato una vera e propria celebrità nel mondo dell'economia internazionale grazie al suo "Freakonomics", un libro sull'evoluzione dell'economia mondiale che dal 2009 ad oggi ha venduto qualcosa come oltre 4 milioni di copie in tutto il pianeta.

Dopo aver rivoluzionato la letteratura economica dell'ultimo decennio, dunque, Levitt ha deciso di dedicare la sua ricerca al gioco del poker e mostrare all'opinione pubblica alcuni dei più grossolani errori di merito commessi dal legislatore americano e che, purtroppo, hanno condotto ad azioni assolutamente sbagliate come quelle del Black Friday.

La fortuna? Nel poker non conta niente.

Secondo uno studio appena pubblicato dal National Bureau of Economic Research americano con il titolo di "The Role of Skill Versus Luck in Poker: Evidence from the World Series of Poker" (il Ruolo della Fortuna nel Poker: la Prova delle WSOP) e ripreso proprio qualche giorno fa dal prestigioso Wall Street Journal la decisione del Dipartimento di Giustizia così come le basi dell'UIGEA sarebbero ingiustificate considerato il loro fondamento sull'idea che il poker sia un gioco di fortuna e non di abilità.

Applicando i metodi tipici della ricerca classica, Levitt e Miles hanno condotto un'interessante analisi delle passate World Series of Poker analizzando le prestazioni di ben 35.000 giocatori in 57 tornei evidenziando come, numeri alla mano, l'elemento "fortuna" sia quasi completamente estraneo al poker di successo.

Partendo da una divisione dei partecipanti alle WSOP 2010 in "campioni" e "non campioni" - una divisione compiuta considerando come campioni i giocatori inclusi nelle liste dei top players di Bluff Magazine, PokerPages, CardPlayer ed aggiungendo a questi anche i giocatori dell'anno del World Poker Tour e tutti i vincitori di braccialetti nelle edizioni precedenti delle WSOP - i ricercatori hanno proceduto a comparare dati interessanti come il totale delle quote d'ingresso pagate per giocare eventi delle World Series con il totale delle somme vinte, in modo da capire quale categoria dei giocatori risultasse "vincente" al termine della competizione.

Partiti dunque con l'idea di misurare l’ROI, l'indice di redditività del capitale investito (totale dei premi vinti / somma totale dei buy-in pagati ), i due ricercatori sono dunque giunti ad una conclusione talmente interessante da attirare anche l'attenzione di un mostro sacro dell'informazione finanziaria come il Wall Street Journal e consentire l'apertura di un dibattito sulla reale opportunità di tenere in piedi le sanzioni adottate iln 16 aprile scorso, il giorno del Black Friday.

Chi non sa giocare, non vince nemmeno un Euro

Confermando in qualche modo quella che molti giocatori considerano essere la più importante regola non scritta del poker, lo studio di Levitt e Miles si è concluso con la certezza che, nel lungo periodo,  gli unici vincitori possibili nel poker siano i giocatori più bravi.

Dividendo il totale dei giocatori (32.496) in 31.776 "non campioni" e 720 "campioni", i ricercatori hanno infatti scoperto che, se gli ultimi hanno chiuso i torneo con un ROI del 30.5% superiore al denaro speso nei buy in, i primi sono invece tornati a casa soffrendo una perdita del -15.6% del capitale investito.

Adottando un approccio completamente diverso alla competizione (i "non campioni" hanno giocato in media 2.02 tornei/persona mentre i "campioni" hanno preso parte ad una media di 12.29n tornei ciascuno) i giocatori meno titolati hanno speso nel 2010 un totale di 166.484.992$ in buy in per partecipare agli eventi WSOP (98.975.000$ se si esclude il Main Event della competizione) contro i 35.626.500$ (29.966.500 Main Event escluso)investiti dai campioni - 6.220$ contro 49.481$ se si prende in considerazione la spesa media "per giocatore" e non totale - ottenendo dei risultati tanto differenti quanto interessanti.

Se, infatti, i giocatori più titolati hanno chiuso le WSOP con una media di 64.563$ in premi vinti, ottenendo quindi un totale di 46.485.332$ in premi e, dunque, una cifra del 30.5% superiore a quella del capitale investito, le cose non sono andate allo stesso modo per i giocatori meno competenti.

Chi non ha partecipato alle WSOP vantando particolari qualità pokeristiche ha portato a casa premi per una media di 5.755$ a persona raggiungendo un totale di 140.519.152$ - cifra che risulta essere del 15.6% inferiore a quella spesa per giocare.

Lo dice anche la ricerca: studiate!

Gli importanti risultati pubblicati dal Wall Street Journal non sono gli unici a confermare il primato dell'abilità sul fattore "fortuna" nel gioco del poker visto che l'argomento era già stato trattato dal altri ricercatori come Cabot ed Hannum (2005), Dedonno e Detterman (2008) e Croson (2008).

Mettendosi in linea con una letteratura scientifica già in circolazione, l'autore di Freakonomics ed il suo collega hanno dunque deciso di sfidare le autorità americane raccontando (con i numeri) una storia a lungo negata dalle autorità e dal 2006 soffocata da una legge liberticida come quella dell'UIGEA: una storia che racconta (con la forza dei numeri) di come il poker non sia un gioco di fortuna ma di abilità.

Una storia che (grazie all'aiuto dei numeri) noi tutti speriamo sarete in gardo di fare vostra quando, il 18 luglio, il poker online italiano vedrà partire i primi tavoli cash. Perchè, ricordatelo sempre, giocare senza un'adeguata preparazione teorica, giocare "sperando di vincere", significa sempre giocare per perdere.

Parola di Steven D. Levitt e Thomas J. Miles.

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