Corruzione: un nuovo scandalo per il magnate dei casinò Sheldon Adelson

Sheldon Adelson torna alla ribalta delle cronache per una vicenda di corruzione che vedrebbe implicato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Negli ultimi giorni si è parlato di un possibile coinvolgimento del magnate dei casinò Adelson in quello che è stato battezzato dalla polizia israeliana il “Caso 2000”.

L’accusa

Il premier Netanyahu è accusato di aver accettato doni cospicui da uomini d’affari come Arnon Milchan, produttore cinematografico residente a Los Angeles. Attraverso il varo di una legislazione “ad hoc” Netanyahu avrebbe tra l’altro favorito la presenza sul mercato del quotidiano Ayom, di proprietà di Adelson, a scapito del suo concorrente Yedioth Ahronoth. Il primo ministro israeliano, dal canto suo, dopo un interrogatorio durato tre ore ha fatto sapere attraverso il suo legale che non c’è nulla di criminale nel ricevere in regalo dei sigari da amici.

Il ruolo di Adelson

Gli inquirenti israeliani avrebbero quindi preso contatto con le autorità statunitensi allo scopo di ottenere una deposizione da parte di Adelson, un’eventualità tuttavia smentita dall’entourage dell’imprenditore di origini ebraiche.

Rivelazioni da oltre oceano

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Come in un ritratto di famiglia

Le accuse a carico di Netanyahu sono corroborate dalle dichiarazioni rese alla polizia israeliana da Milchan. In qualità di produttore il 72enne di Tel Aviv Milchan ha collaborato con registi come Martin Scorsese e Oliver Stone e ha all’attivo pellicole come “C’era una volta in America”, “Pretty Woman”, “La guerra dei Roses”, “JFK”, “Revenant – redivivo” e “12 anni schiavo”. In “C’era una volta in America” Milchan ricopre anche una particina nei panni di uno chaffeur. I suoi interessi economici spaziano però tra 30 compagnie dislocate in 17 diversi Paesi, in settori come agricoltura, materie plastiche e armi. Dalla metà degli anni Settanta Milchan si interessa anche alle produzioni Holliwoodiane.

Figura controversa

In passato il produttore israeliano era già stato contestato a causa di operazioni controverse quali il sostegno di una campagna pro-apartheid in Sudafrica e la realizzazione di dispositivi destinati a innescare esplosioni nucleari.

Sul carro dei vincitori

Per quanto riguarda invece Adelson, nella seconda settimana di marzo l’imprenditore ha confermato il suo pieno sostegno a Donald Trump in un post pubblicato su Forward, periodico di informazione focalizzato sul mondo ebraico di cui Adelson è proprietario. “Proteggere e difendere il popolo ebraico è lo scopo che mi ha spinto ad appoggiare Trump nelle ultime elezioni americane”, scrive Adelson, il quale, nonostante l’ultimo scandalo che lo vede coinvolto insieme a Netanyahu, si dice soddisfatto di aver contribuito alla vittoria elettorale dell’attuale primo ministro israeliano. “Sinceramente – prosegue Adelson – nessun’altra cosa mi ha reso così orgoglioso come vedere Donald Trump alla Casa Bianca, affiancato da figure quali Steve Bannon e Sebastian Gorka”. Bannon è il nuovo chief strategist di Trump, mentre Gorka è suo consigliere sul fronte della sicurezza.

Adelson e Mike Pence

Ormai da diverso tempo Adelson si batte in tutti i modi contro la diffusione del gioco online negli Stati Uniti: è molto probabile, pertanto, che il magnate abbia fatto sentire la sua voce anche nel corso dell’incontro a porte chiuse con il vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence, che ha avuto luogo i giorni scorsi.

Un colpo al cerchio e uno alla botte

Un altro uomo vicino ad Adelson dal punto di vista politico è Jeff Sessions, senatore dell’Alabama nominato a inizio febbraio procuratore generale. Il senatore Sessions è conosciuto da tempo per le sue posizioni ultraconservatrici: alla fine degli anni Novanta, Sessions fu promotore di apposito disegno di legge volto a proibire il gioco d’azzardo su Internet. Di recente, tuttavia, ha dichiarato la volontà di rivedere il Wire Act del 2011, in particolare per quanto riguarda le restrizione che questa legge impone al settore del gambling online. Contestualmente, il nuovo procuratore generale deve e dovrà fare i conti con coloro i quali, all’interno del suo partito, contestano lo sdoganamento del gioco online (particolarmente agguerrito su questo fronte sembra essere il senatore Lindsay Graham).

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