Analisi: Cosa Cambia con il Dominio .Poker?

icann 2011
Rivoluzione o creazione di un'economia articifiale? La parola ai numeri.

Un documento dell'ICANN annuncia il possibile arrivo del .poker nel 2013. Ecco un'analisi completa per capire chi ci guadagna (e chi perde tutto) con i nuovi domini di primo livello.

Quando un anno fa l’Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (ICANN) ha annunciato la propria volontà di aprire le porte a nuovi domini di primo livello (TLD) da affiancare ai più tradizionali .com, .net, .org e compagnia, il numero di esperti di online marketing che ha scelto di confrontarsi sulla questione è stato pressoché incalcolabile.

Paventando ogni tipo di scenario possibile – dal più inerte al più rivoluzionario – l’industria di Internet ha cercato di immaginare come la Rete avrebbe potuto rispondere ad un’artificiale moltiplicazione degli spazi virtuali come quella che l’ICANN ha in mente di portare a termine entro la prima metà del 2013.

Oggi, a dodici medi di distanza dall’apertura alle applicazioni per nuovi TLD ed a (probabilmente) dodici mesi di distanza  dalla corsa all’acquisto di nuovi domini milionari è senza dubbio arrivato il momento di fermarsi, provare a fare un bilancio, qualche previsione ed un esame di quei 357 milioni di motivi per cui mi sembra che la questione abbia un unico e chiarissimo vincitore.

L'ICANN vince sempre

Attirando l’interesse di esperti di marketing, multinazionali e sognatori che sperano di cambiare la propria vita grazie alla più semplice delle intuizioni – quella di individuare e “possedere” il .com del futuro – l’ICANN ha senza dubbio concluso la prima parte della sua rivoluzione internettiana con numeri che sono andati ben oltre le più rosee aspettative.

Con un costo per applicazione fissato a 185.000 dollari, l’agenzia no-profit che di fatto regola la Rete è infatti riuscita ad incassare qualcosa come 357 milioni di Dollari grazie ad una caccia all’oro virtuale che ha portato all’arrivo di quasi 2.000 domande.

Se Amazon da sola ha infatti scelto di investire nella proposta di nuovi TLD ben 12 milioni di Dollari, anche altre società come Google (101 applicazioni), Nike, Abbott, Airbus, American Express e perfino FIAT (che ha proposto la creazione di un romantico dominio .abarth) hanno deciso di scendere in campo e mettere mano al proprio portafogli per conquistarsi una fetta del Web del futuro.

Scorrendo la lista ufficiale delle quasi 2.000 applicazioni depositate presso la ICANN, poi, gli appassionati del gioco ed i più curiosi non potranno non notare che ben quattro società differenti (le americane Binky Mill e Dot Poker, la dot Poker Limited con sede a Gibilterra e l’irlandese Afilias Domains No. 5 Limited) hanno scelto di candidarsi alla gestione di un TLD che potrebbe rivoluzionare il mondo dei lettori del nostro sito ed, in qualche modo, anche una delle più floride economie della Rete: quella del poker.

Decise a caricare sulle proprie spalle l’onere dei costi di gestione insieme ai 25.000 Dollari di canone annuale da versare all’ICANN, le quattro società hanno scelto di investire nella creazione del dominio .poker, un TLD che potrebbe segnare la fine del poker come lo conosciamo oggi.

Cosa cambia con il .poker

punto poker

Nonostante non si possa far altro che immaginare cosa potrebbe succedere in un futuro post creazione del TLD .poker, è innegabile che scegliendo di approvare l’idea di questo particolare dominio di primo livello, l’ICANN darebbe il via ad una serie di cambiamenti assolutamente importantissimi per l’industria del poker online.

Chi comprerà il .poker?
Anzitutto, le sale. Qualora il poker dovesse avere la possibilità di provare uno spostamento verso una sorta di sub-Rete esclusivamente dedicata al gioco, gli operatori non avrebbero altra scelta che comprare il proprio nome.poker ed adattarsi al cambiamento. Il che, tra l’altro, determinerebbe il movimento di cifre molto importanti, visto che la maggior parte delle sale internazionali – tra skin e siti utili – possiedono un importantissimo numero di domini che, sono sicuro, non vorrebbero certo far finire nelle mani della concorrenza nella loro versione .poker.

Chi non potrà non comprare il .poker?
Chiunque non voglia vedere il proprio nome associato con il poker. E, credetemi, qui parliamo di decine di migliaia di persone (fisiche o giuridiche) pronte a spendere quanto necessario per assicurarsi di possedere il proprionome.poker, metterlo al sicuro ed avere quindi la certezza che questo non possa essere utilizzato. Perché, esattamente come già accaduto per il .xxx (vedi sotto), credete che Harvard, Yale o la Sorbonne di Parigi accetterebbero di vedere il proprio nome seguito da .poker? O davvero riuscite ad immaginarvi di giocare su Obama.poker le vostre partite di Hold’Em No Limit?

Chi finirà con il subire il .poker?
Molti di più di quanto non possiate immaginare. Escludendo dalla lista quelli che si accorgeranno troppo tardi di aver investito in un mercato molto meno “libero” di quanto non si possa immaginare, è impossibile pensare che i siti di affiliazione e quelli amatoriali che raccontano il poker per il poker non possano finire con il rischiare la propria scomparsa a causa del .poker.

Ancora una volta costretti a pagarsi un posto al tavolo del .poker (ammesso che questo non venga riservato in maniera esclusiva agli operatori determinando uno sterminio di massa a tutto vantaggio degli operatori) affiliati ed appassionati vedrebbero la propria visibilità ridursi in maniera pericolosissima per la propria sopravvivenza a causa di un mercato azzerato nel quale è lecito supporre che venga lasciata una corsia preferenziale agli operatori.

E pazienza se questo significa danneggiare i consumatori, attaccare il pluralismo dell’informazione e gettare il poker in un ghetto dal quale sarebbe difficilissimo (impossibile?) uscire.

Tra gioia e paura: speculatori vs. legislatori

frank schilling

Come già accaduto un anno fa, l’opinione pubblica ha subito reagito alla pubblicazione dell’ICANN con posizioni molto differenti che lasciano immaginare scenari talmente diversi da non consentire pronostici realmente affidabili.

Secondo il Presidente e CEO dell’ICANN Rod Beckstrom, quello dell’apertura a nuovi TLD avrebbe rappresentato “un giorno storico” destinato a “cambiare Internet per sempre” lasciando la possibilità di creare una vera e propria rivoluzione nei servizi cambiando come mai avvenuto prima le abitudini degli internauti.

 Quasi più entusiasta di Beckstrom, poi, anche il 43enne milionario Frank Schilling (nella foto), uomo che ha fatto la sua fortuna acquistando qualcosa come 320.000 diversi domini e che ha presentato – attraverso la sua società Unregistry.com – ben 54 applicazioni per 54 TLD diversi che vanno da  “.blackfriday” e “.christmas” ad un ben più romantico “.love.”

Tra la (nutrita) truppa degli scettici, invece, lo schieramento si fa compatto nell’accusare l’ICANN di aver agito quasi esclusivamente per fare cassa ed accontentare le grandi corporation che da anni premono per una simile svolta.

Lauren Weinstein, co-fondatrice della People For Internet Responsibility, ha commentato l’annuncio dell’ICANN dicendo che “Io credo vedremo miliardi di dollari sprecati nel nuovo gigantesco “domain name space” dell’ICANN” precisando come, a suo modo di vedere, “La maggior parte provenienti da società falsamente convinte di poter cambiare la propria sorte finanziaria con i nuovi TLD, e da società che saranno costrette ad acquistarli per proteggere la propria immagine.”

Allo stesso modo,  il magazine di approfondimento internazionale Politico.com ha etichettato l’iniziativa dell’ICANN come .fail (.fallimento) riportando di come questa stia tenendo con il fiato sospeso un gran numero di legislatori preoccupati che la comparsa di un gran numero di nuovi TLD possa risultare in una maggior confusione per i consumatori nonché in una minaccia per i diritti di proprietà intellettuale talmente seria da costringere moltissime società ad acquistare quanti più nomi possibile solo per riuscire a proteggere la propria immagine.

Quanto vale il .xxx?

xxx

Per provare capire meglio la portata del cambiamento che l’arrivo dei nuovi TLD - .poker incluso – potrebbe rappresentare per l’economia della Rete, possiamo anche guardare al passato più recente ed esaminare quali conseguenze abbia avuto l’introduzione del TLD .xxx tanto richiesto dall’industria a luci rosse ed online dal 15 aprile 2011.

Anticipata come portatrice di una vera e propria rivoluzione che avrebbe aiutato sia i siti vietati ai minori che i consumatori – visto che confinare i siti porno tra le mura del .xxx avrebbe potuto consentire una maggiore efficacia dei filtri sul web – l’introduzione della tripla X ha, ad un anno di distanza, trovato un solito vincitore. L’ICANN.

Ad un anno di distanza, infatti, le prime cifre ufficiali hanno parlato di 215.835 nomi a dominio venduti tra i 132.859 acquistati per esser destinati a siti a luci rosse e ben 82.976 acquistati da chi si è sentito costretto a pagare per assicurarsi proprionome.xxx ed evitare spiacevoli ricadute di immagine.

Numeri a parte – che per stessa ammissione del CEO dell’ICANN “sono andati ben oltre i nostri piani. In tre mesi abbiamo fatto quanto previsto in cinque anni” - però, l’introduzione del .xxx ha finito con il non lasciare un segno particolare nella Rete visto che, a giudicare dalla classifica del 1.000.000 di siti più trafficati in assoluto nella Rete realizzata da Alexa, solamente 61 (ovvero lo 0.006%) hanno un dominio di primo livello in .xxx.

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